Terra, sudore, lacrime e sangue

Aggiornamento: 25 mag

Non ne posso più di sentire parlare di vino a vanvera.

Saccenti imbecilli che non appena hanno finito un corso di sommelier si atteggiano a esperti e sparano sentenze su vini di cui non conoscono niente.

Blogger che pur di mostrare la propria competenza, assaggiano vini a ripetizione, facendo a gara tra loro a chi assaggia di più e producendosi in fiumi di aggettivi sempre più pomposi e bizzarri per qualche “like” in più, ma che non hanno mai spostato il culo dalle loro enoteche preferite.

Produttori che si atteggiano a vignaioli artigiani, filosofi della terra ma che passano il loro tempo al computer, in ufficio, in fiera o a parlare, parlare, parlare… sulle riviste, sui giornali e in dibattiti, in seminari o convegni.

Intellettuali di ogni sorta che fanno a gara a chi si inventa semiotiche, analogismi, parafrasi, parabole e iperboli sul vino senza aver mai calpestato una vigna, partecipato ad una vendemmia o tenuto in mano una forbice da potatura.

A tutti questi saccenti, intellettuali, teorici e filosofi di ogni sorta preferisco chi si approccia al vino classificandolo in “mi piace” o “non mi piace”.

Perché se vuoi seriamente parlare di vino, devi esserti sporcato le mani almeno una volta con la stessa terra che ho sotto le mie unghie; se vuoi capire qualcosa di vino devi avere visitato decine di aziende agricole e visto in faccia il vignaiolo che produce i vini che degusti.

Alle riviste e alle guide faziose che si limitano a vergognosi redazionali in cui i soliti noti enologi e produttori  si spartiscono spazi e bicchieri, preferisco i Critical Wine nei centri sociali, perchè li c’è spazio per la ricerca del nuovo e del dissidente, del piccolo, dell’artigiano, del vero.

Ai vini perfetti, pettinati e pluripremiati prodotti da neo filosofi radical-chic che vestono eleganti capi da aristocratico campagnolo preferisco il vino, forse imperfetto, con la volatile un po alta, quello del contadino taciturno e scorbutico, che ho conosciuto di persona, mani grosse e viso rugoso bruciato dal sole. Ma preferisco anche il vino indstriale di chi lo produce industrialmente senza nasconderlo. Lo trovo più onesto e sincero.

Perchè se vuoi definirti vignaiolo, fammi il piacere, smetti di parlare e vai in vigna a lavorare.

Essere vignaiolo significa vivere un rapporto speciale con la terra, profondo e quasi spirituale; significa amarla ed onorarla e per questo anche soffrire; significa fatica e sudore, gioia e pianto, come in amore. Significa felicità e senso di appagamento per un vino che hai aspettato pazientemente per anni dopo una vendemmia straordinaria e tristezza e disperazione per la perdita del raccolto per una grandinata feroce di mezza estate.

Essere vignaiolo significa saper contemplare e interpretare la natura e gli elementi, ma anche lavorare di mani e di braccia, sotto la pioggia o sotto il sole, duramente, fino a spaccarsi la schiena per finire il lavoro in tempo utile, fino a sbucciarsi e sanguinare, fino a lacrimare per il troppo sole, fino a sentire le gocce di sudore che scendono copiose lungo la fronte e sulla schiena.

In un vino di vignaiolo, se vuoi cercarlo, ci trovi terra, sudore, pianto e sangue. Nei miei vini c’è tutto questo e me ne frego dei giudizi sommari dei sommelier, dei redazionali delle riviste di settore e delle guide, dei blind tasting e delle medaglie. Dei miei vini a voi lascio dire “mi piace” “non mi piace” oppure potete provare a conoscerli, a conoscermi.

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